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Il Decreto Dignità.

Il Decreto Dignità è stato approvato dal Consiglio dei ministri il 2 luglio scorso. L’obiettivo della norma è quello di intervenire, in maniera significativa, sulla disciplina dei contratti a tempo determinato, sulla somministrazione e sull’indennità risarcitoria in materia di licenziamenti illegittimi.

Le novità maggiori consistono in:

  • Diminuzione della durata massima complessiva riferita ai rapporti a termine, intesi anche in sommatoria (12 mesi innalzabili a 24 mesi, ma solo a determinate condizioni);
  • Introduzioni delle causali dal tredicesimo mese di lavoro (superamento dell’anno nel contratto iniziale, proroga o rinnovo);
  • Aumento dell’aliquota contributiva in caso di rinnovo dopo il primo contratto;
  • Ampliamento dei termini per la proposizione del ricorso giudiziario (180 giorni anziché 120).

La lotta al precariato

In attesa delle specifiche che si impongono per la definizione delle causali, da più parti si è levata la critica che si tratti di un provvedimento che non sta centrando la propria finalità: la lotta al precariato. Che è doverosa, ma probabilmente gli obiettivi sono sbagliati. Oltre ai contratti a termine c’è un mondo di false partite iva, collaborazioni che non sono collaborazioni e part time che non sono part time, somministrazioni illecite, falsi distacchi, contratti collettivi pirata e così via. Pare unanime il riconoscimento che, nella indiscussa necessità di rivederli, il contratto a termine e quello di somministrazione restino comunque forme contrattuali che tutelano il lavoratore. Quale può essere, allora, il correttivo giusto? Forse la riduzione della durata massima che possono raggiungere i rapporti a termine? Le causali, così ampie, saranno più foriere di contenzioso giudiziale? La giurisprudenza se ne è occupata ampiamente in passato. E ci sarà più rotazione di contratti a termine di durata non superiore a dodici mesi? A tal proposito è utile ricordare che sussiste e permane la sanzione amministrativa per il superamento della soglia legale e contrattuale dei contratti a termine.

Il contratto

Il contratto, con la sola eccezione dei rapporti di lavoro di durata non superiore a dodici giorni, deve risultare da atto scritto: in caso contrario, l’apposizione del termine non ha effetto. Rispetto alla precedente previsione, è venuta meno la possibilità di provare l’esistenza del termine documentandolo in maniera diretta o indiretta. Ma, senza il termine, il rapporto non deve considerarsi a tempo indeterminato fin dall’inizio? Poi, la forma scritta è un atto formale, in quanto il datore di lavoro ha sempre l’obbligo di comunicazione di assunzione telematica al centro per l’impiego.

Il contributo addizionale, il cui scopo principale è quello di contribuire al finanziamento della NASPI, sale dall’1,40% all’1,90% in occasione di ciascun rinnovo del contratto a tempo determinato (vale anche per la somministrazione).

Le proroghe sono 4 e non più 5. Cosa succede se il limite viene superato? Il rapporto dovrà considerarsi a tempo indeterminato a partire dalla data di decorrenza della quinta proroga (non dall’inizio) e il consenso del lavoratore è sempre richiesto.

 

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