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Si sottoscrive un nuovo contratto se cessa l’intermittenza.

Il lavoro intermittente ha fatto il suo ingresso nel nostro ordinamento giuridico circa quindici anni fa. Non ha mai suscitato grande favore fino alla dismissione dei voucher per il lavoro accessorio. Da quel momento ha avuto vita nuova, ma i CCNL che lo hanno regolamentato restano pochi. Si tratta di un contratto atipico rispetto all’ordinarietà dei contratti di lavoro dipendente. L’atipicità si rinviene nel fatto che il lavoratore si mette a disposizione del datore di lavoro per prestazioni intermittenti, appunto. Le prestazioni non debbono superare i 400 giorni di effettivo lavoro nell’arco di un triennio. Cosa succede, allora, se si impone l’esigenza di prestazioni meno discontinue che supererebbero il limite normativo? Si potrebbe far sfociare il contratto intermittente in un contratto ordinario, ma tra i procedimenti di comunicazione obbligatoria non c’è un’opzione che consenta la diretta trasformazione. Il lavoratore, dunque, dovrà dimettersi, attivando la relativa procedura, e poi dovrà essere nuovamente assunto con contratto ordinario.

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